Perché parlare di creatività nel primo numero di Appunti di Psicoanalisi?
La creatività ha senso se la guardiamo partendo da uno specifico vertice, che sentiamo coerente con la nostra idea di psicoanalisi. A partire questo vertice si può affermare che la creatività ha a che fare con la competenza a desiderare.
Sembra scontato avere desideri. Sembra quasi impossibile non farlo. Mi domando chi davanti ad una stella cadente non si sia mai sentito in difficoltà a capire cosa esprimere per poi ricadere nelle più scontate e conformistiche richieste. Ma del resto alle stelle si possono chiedere cose impossibili tanto la responsabilità di vederle esaudite spetta totalmente a loro. Povere (o fortunate) stelle!
La proposta che sto facendo, ribalta la versione del desiderio inteso quale impossibile che viene esaudito, piuttosto credo che il sentirsi creativi abbia plausibilmente a che vedere con l’affacciarsi del desiderio nella propria vita. Desiderio terreno, personale, che richiede strategie per avverarlo, che comporta rischi e fatiche.
Proviamo a fare l ‘ipotesi che il contrario di essere creativi sia soggiornare nella staticità, nella cronicità, oppure nell’onnipotenza/impotenza, nella contemplazione immobile della propria vita aspettando che qualcosa o qualcuno la risolva.
Se si è immobili si sta mantenendo quello che immagino essere uno status quo, inteso come momento di totale annullamento di qualsiasi forma o proposta di cambiamento. Una immobilità organizzata, un equilibrio fragile e intoccabile in cui non vi è possibilità di uscire dalle linee definite, in cui non sono ammesse alcune oscillazioni divergenti. Nessuna spinta o atto creativo. Neppure distruttivo.
Un momento sospeso atto a dirottare le proprie energie verso la speranza che la soluzione alle frustrazioni ci venga elargita come atto di grazia . Lo status quo sembra svolgere la funzione di preservare dalla fatica del desiderare. Diviene riparo, schema difensivo, alibi.
Desiderio e creatività sembrano quindi essere portavoce di un movimento, da una dimensione nota ad una da definire, del cambiamento della rottura dello status quo, o della minaccia ad esso.
Il desiderare conduce spesso al senso di colpa del paziente, tanto che chi lo porta in analisi lo racconta come quell’ evento critico che si è manifestato come tradimento collusivo entro contesti e relazioni, irrompe con un irrefrenato bisogno di cambiamento.
Il desiderio quindi può presentarsi come ritorno ad uno stadio emozionale non più mortifero ma come spinta vitale in grado di creare soluzioni, contattare e rintracciare risorse, come un movimento creativo che coglie possibilità di rinnovamento.
Se si fa fuori il desiderio ad implicarsi nella propria vita si ha l’esperienza di sentirsi onnipotenti/ impotenti, improduttivi e sterili. Mi viene alla mente casi di blocco dello scrittore: quella frustrazione disperante raccontataci in seduta di cui viene fatta esperienza del ritrovarsi da soli davanti alla pagina bianca. Di questo ne facciamo esperienza tutti quando ci cimentiamo nel resocontare il proprio lavoro o nella messa in ordine di appunti di psicoanalisi, ad esempio…
Nel dettaglio vorrei attingere dal linguaggio della pittura, dello studio del colore e anche della fotografia per provare a spiegare, se è possibile, il motivo per cui il foglio bianco ci sia talvolta nemico.
Come è noto il bianco è la somma di tutti i colori.
Possiamo allora tollerare la fantasia di completezza che la pagina bianca evochi ogni qual volta ci si trova a sfidarla con le personali fantasie onnipotenti: come si può creare qualcosa laddove vi siano già impressi tutti i colori, laddove cioè, fuor di metafora, i limiti ci suggeriscono essere già stato scritto molto e detto quasi tutto in merito ad una questione?
Creare, sia esso scrivere, disegnare o fotografare, non ha solo a che fare con una predisposizione al mezzo, con la genialità con cui lo si sa maneggiare, ma in quanto atto creativo potrebbe essere pensato come un movimento generativo innescato dal ritorno del desiderio nella propria vita.
Desidero e me ne occupo, ci sbatto la testa, trovo le risorse interne o esterne per creare e costruire una progettualità.
E occuparsene significa smettere di avere attese pretenziose e implicarsi: smettere necessariamente di chiedere alle stelle e desiderare, inteso nella sua più romantica accezione etimologica: de sidus, distolgo lo sguardo dalle stelle e divento io creativo, responsabile delle mie scelte, delle mie richieste, della mia strada.
Non si chiede agli astri di illuminarci la via, la si tenta , la si sceglie di volta in volta.
Così ha fatto Vivian Maier, fotografa statunitense (New York 1 febbraio 1926-Oak Park 21 aprile 2009) che è riuscita a trovare nella creatività il carburante per realizzare il suo desiderio: la ricerca fotografica. La Maier infatti ha lavorato tutta la sua vita a servizio di famiglie in qualità di baby sitter.
Ha lavorato in numerose famiglie di Chicago spendendo gran parte dei suoi guadagni per viaggiare e acquistare attrezzature fotografiche.
Non ha mai promosso la sua ricerca fotografica, né ha tentato di farla diventare la sua professione.
Vivian Maier aveva già una professione e si dichiarava incapace di fare altro se non la baby sitter.
Voce del verbo desiderare: la Maier non voleva essere una fotografa ma desiderava fare fotografia, fissare su pellicola, attraverso il suo sguardo, la società in cui viveva e dare traccia di sè negli autoscatti che faceva attraverso il riflesso nelle vetrine e negli specchi di strada.
Nella vita, più che nell’intera sua opera, è possibile rintracciare l’esatto paradigma della creatività se la intendiamo quale modo di pensare che implica originalità e fluidità, che rompe con i modelli esistenti introducendo qualcosa di nuovo: il desiderio.
Mi accorgo mentre concludo che Vivian Maier ha utilizzato superfici riflettenti per fotografare se stessa in particolare vetrine e specchi. Forse ci ha lasciato più della sua immagine in quegli autoscatti se penso alla celebre frase associata agli specchi: “ specchio specchio delle mie brame” in cui si può guardarla mentre fa la cosa che più desidera e pare dirci di fare esattamente lo stesso: imparare a desiderare.

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Carolina Host

Psicologa clinica e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico.

(Vivian Maier, self portrait)
Posted by:ComeQuando appunti di psicoanalisi

ComeQuando è un progetto editoriale nato dall'incontro di tre colleghe psicoterapeute che desiderano portare la psicoanalisi fuori dallo studio, demitizzarla e avvicinarla ai contesti di vita. Renderla utile e non solo bella. #ComeQuando

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