Febbraio, carnevale. Sfilate di maschere che giocano ad alternarsi in movenze  ambigue e grottesche, attendiamo la primavera. 
La maschera, come è noto, ha origini lontane.
Nel teatro greco, ad esempio,  intorno al VI secolo a.C. , le maschere avevano i tratti del volto molto accentuati: addolorate e smostrate nei drammi e sformate e sorridenti nelle commedie. Servivano, da una parte,  a rappresentare il carattere del personaggio attraverso la sua esagerazione così  da essere visibili e udibili anche da lontano, dall’altra a  nascondere l’individualità dell’attore, la sua persona ed i lineamenti del volto. Esibire ed occultare sono le due funzioni della maschera.
Questo processo è ben reso dalla storia della parola, in parte sedimentata nella sua etimologia. In latino veniva utilizzata la parola persona per indicare la maschera indossata dagli attori, allo stesso tempo un’ipotesi di ancoraggio etimologico la vuole derivata dal termine arabo maskharah che vuol dire caricatura, beffa. Un grande uomo di teatro del novecento Jerzy Grotowsky sosteneva che il teatro fosse la verità dichiarata finta, un concetto pienamente rappresentato dalla funzione duplice della maschera dal teatro greco in avanti. Oggi potremmo parafrasare questa affermazione dicendo che osserviamo diverse finzioni dichiarate vere. Sono queste le maschere con cui abbiamo a che fare quotidianamente, dentro e fuori gli studi di psicoterapia.
La tradizione del carnevale spinge chi lo voglia, ad indossare le fattezze di qualcun altro e, immedesimandosi nel proprio mascheramento, ad agire come se.
Durante il carnevale si esprime la libertà di dire e di essere, giocando sugli equivoci e sulla ambiguità che il doppio determina.
Le prime testimonianze documentate del carnevale parlano di una festa caratterizzata da uno sregolato godimento di cibi, bevande e piaceri sensuali, in cui era sovvertito l’ordine sociale vigente e si scambiavano i ruoli tradizionalmente imposti.
Ciò che contraddistingue il carnevale è la condivisione e la reversibilità del “far finta”. Tutti sappiamo che stiamo giocando. La demarcazione tra il vero e il falso è esplicita, convenuta. Giochiamo con qualcuno ed è questo che rende divertente il gioco. La maschera fa parte di questo gioco ed è pensata come espediente per dare parola a parti di sé silenti.
Ma cosa succederebbe se la maschera venisse indossata tutti i giorni? Se lo si facesse di nascosto dagli altri ed anche da sé? Cosa succederebbe se ci si convincesse di essere la maschera che indossiamo?
Crediamo che la clinica contemporanea e molti dei sintomi portati in analisi siano il segno di questo processo.
La psicoanalisi può svolgere la funzione di ridefinire la differenza tra vero e falso ricordando sempre il valore simbolico di questi due aspetti. Se non è vero ciò che è reale ma è vero ciò in cui credo, possiamo guardare a questo sistema complesso di credenze, convincimenti – più o meno consapevoli- e trattarlo come oggetto transitorio e modificabile . È possibile allora ripensare a sé e a ciò che si crede di essere “veramente”,  imparando a falsificare con ironia le proprie convinzioni e ad inventare nuove verità più vicine al proprio desiderio.
Spesso le maschere che indossiamo assolvono a funzioni importanti nel nostro equilibrio interno, sono soluzioni a problemi. Come terapeute veniamo spesso convocate a parlarne, soprattutto quando queste maschere cessano di svolgere queste funzioni. 
Da cosa ti mascheri? sembra essere l’enigma dei  nostri giorni: che la maschera abbia a che fare con il trucco, con i vestiti che indossi o ancora dal filtro con cui ritocchi le tue foto prima di metterle online sui social. 
Pensiamo alla comunicazione tramite smartphone e ci domandiamo: portiamo tutti delle maschere nell’interazione indiretta che la realtà virtuale consente? Oppure è proprio grazie a questa distanza che ci sentiamo liberi di esprimere parti vere ma di difficile condivisione? 
Identità virtuali e reali, l’identità maschile e l’uso del travestimento nei bambini sono tre dei vertici dai quali tratteremo questa questione nel mese di Febbraio. Buona lettura.

<strong>Carolina Host</strong>
Carolina Host

Psicologa clinica e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico.

Posted by:ComeQuando appunti di psicoanalisi

ComeQuando è un progetto editoriale nato dall'incontro di tre colleghe psicoterapeute che desiderano portare la psicoanalisi fuori dallo studio, demitizzarla e avvicinarla ai contesti di vita. Renderla utile e non solo bella. #ComeQuando

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