Gli uomini, dopotutto, si distinguono non per l’uguaglianza ma per l’ineguaglianza delle loro doti. Se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza o la loro efficienza, ma anche per il loro coraggio, per la fantasia, la sensibilità e la generosità, chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, o che l’impiegato straordinariamente efficiente è superiore al camionista straordinariamente bravo a far crescere le rose?»(
Michael Young)

Avere un’alta stima di sé vuol dire sentirsi serenamente adeguati alla vita.”
Quando ho letto questa affermazione (attribuita a Branden, psicologo statunitense), confesso di avere letto il contrario di quanto ci fosse scritto. Pareva suonasse decisamente meglio.
E dunque, per avere un’alta stima di sé, bisogna sentirsi serenamente adeguati o inadeguati alla vita? Da questo lapsus è iniziata una riflessione. Nel mio studio di psicoterapia frequente è il confronto con vissuti di inadeguatezza circa i più disparati contesti di vita. Sentimenti di insoddisfazione e mancanza, scarsa realizzazione, attesa di altro e di oltre, pressioni interne circa il miglioramento di sé, del proprio corpo, del proprio partner, del proprio reddito, del proprio lavoro. Un malessere dilagante e annichilente, anche in presenza di successi  e relazioni potenzialmente gratificanti. “Vorrei essere la migliore versione di me stessa” mi ha detto una giovane donna durante il primo colloquio. Interpreti di questo sentimento, in particolar modo, i 25 – 35enni, quella parte della popolazione che più di altre ha vissuto gli anni fertili dell’invenzione del proprio futuro, sotto la pressione performante della cultura individualistica e competitiva del “mi sono fatto da solo”.

Le parole
Adeguare dal lat. equo: il significato di uguale, lascia spazio al senso figurato di giusto, convenevole, ragionevole
Queste parole si appoggiano su di una teoria implicita del giusto che è presto specificata dalla radice greca della parola εἰκός: giusto inteso come probabile e naturale.
Essere adeguati alla vita sembra assumere la forma di una riconduzione ortodossa a modelli la cui necessità è legata al valore attribuito ad essi dalla nostra cultura d’appartenenza. In tal senso ciò che è giusto è anche probabile perché più frequente nella società  e definito naturale in quanto culturalmente appropriato. Così si esprime la cultura conformista.
Dunque, per capire meglio il parametro di confronto circa il proprio vissuto di adeguatezza o inadeguatezza, è bene domandarsi cosa venga valorizzato dalla nostra società, o, per dirla con alcuni filosofi comunitaristi, cosa premia la nostra società. Il concetto di premio, esprimibile per esempio in termini di potere sociale, popolarità, reddito, ci proietta in un assetto competitivo, ed è proprio questa la cifra della cultura da cui origina il vissuto di inadeguatezza. Ci sembra di poter dire che ciò che fa di sé una persona adeguata o inadeguata, non dipenda esclusivamente dalla propria soggettività, eppure tali vissuti sembrano del tutto messi a carico di essa.
Questioni sistemiche messe a carico dell’individuo, della qualità e del valore delle azioni individuali.
Su questo fronte diversi intellettuali della contemporaneità si sono attrezzati concettualmente. Ne ripercorro alcune riflessioni.

Il merito
Pensiamo a questa categoria. In Italia il merito è l’alternativa al potere incompetente. Ci auspichiamo che un contesto sia regolato da logiche meritocratiche piuttosto che clientelari.  Ma vediamo anche che la cultura del merito ha un’altra faccia. Parliamo della cultura secondo la quale i propri successi o condizioni di vita favorevoli – adeguate potremmo dire –  siano legati a ciò che ogni individuo fa delle risorse che ha. Sarà così per la giovane laureata, per l’impresa che riesce a collocarsi sul mercato, per chi trova lavoro ma anche per chi trova un amore, un’amicizia, chi fa uno sport con passione e ne trae soddisfazione, e così via. Secondo la stessa logica, chi non raggiunge i risultati o condizioni della vita auspicate,  può dirsi responsabile, e per certi versi colpevole, della propria condizione. Pensiamo ad un single che non desidera esserlo, ad un disoccupato in cerca di lavoro, ad una persona che fatichi ad inserirsi in una rete sociale, ad un professionista che dopo anni di studi arranchi nel collocarsi nel mondo del lavoro. Facciamo l’ipotesi che i vissuti di adeguatezza e inadeguatezza possano essere espressione di tale cultura e possano collocarsi sul fattore successo-insuccesso sociale e specificarne alcuni aspetti emozionali.
Sulla tirannia della cultura del merito scrive pagine interessanti il filosofo Michael J. Sandel (2021) argomentando  il divario sempre più profondo tra vincitori e perdenti all’interno della nostra società. Secondo la cultura del merito, i vincitori tenderanno a pensare ai propri successi come espressione del proprio impegno per raggiungerli. Differentemente, i perdenti penseranno di non essere riusciti a far fronte adeguatamente alle sfide della vita. Una certa  demoralizzazione depressiva e colpevole organizza molte domande psicoterapeutiche di chi, per esempio,  si sente perdente e per questo inadeguato, oppure di chi crede di essere un vincente (ben collocato nella società) e nonostante questo si senta infelice.
Ma non condividendo tutti le stesse opportunità e condizioni di vita, difficile immaginare come il proprio operato, la propria volontà e le proprie intenzioni possano orientare la vita in una direzione piuttosto che in un’altra. 

Per citare un famoso articolo di M. Fisher (2014), parliamo di persone che si sentono “buone a nulla” se non ottengono il successo all’interno di un contesto che lo promette a tutti e lo offre a pochi. Non è un caso che l’esperienza depressiva sia una delle aree cliniche di maggiore interesse sanitario, politico e sociale. Secondo l’OMS, nel 2030 i sintomi depressivi saranno la prima causa di disabilità nel mondo occidentale ed una delle principali voci di spesa delle istituzioni sanitarie. Qui la gravità è intesa come peso sul sistema sociale. È interessante notare come i giorni di assenza per malattia dal lavoro siano il principale indicatore del costo sociale della depressione riportato negli articoli scientifici on line. Il costo sembrerebbe risiedere proprio nel l’improduttività dell’individuo. 

Ci confrontiamo quindi con l’idea che ogni persona possa diventare o avere ciò che vuole, a patto che si impegni per farlo. Ne consegue che ogni condizione della propria vita sia esattamente ciò che ci si meriti. Questa è la componente onnipotente della depressione ed è esattamente questa componente che il lavoro analitico può portare in primo piano per mettersi al riparo dalla tirannia della cultura meritocratica ed intervenire in modo soddisfacente nella propria vita, per goderne e cambiarne alcuni aspetti se desiderato.

Riferimenti 

Sandel M.J. (2021) La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Ed. Feltrinelli.
Fisher M.(2014), Good for Nothing. Retrieved 19 Marzo 2014 from http://theoccupiedtimes.org/
(trad.it Buono a Nulla retrieved  from http://effimera.org/buono-nulla-good-for-nothing-mark-fisher/)

Donatella Girardi

Psicologa Clinica e Psicoterapeuta
ad orientamento Psicoanalitico

Posted by:ComeQuando appunti di psicoanalisi

ComeQuando è un progetto editoriale nato dall'incontro di tre colleghe psicoterapeute che desiderano portare la psicoanalisi fuori dallo studio, demitizzarla e avvicinarla ai contesti di vita. Renderla utile e non solo bella. #ComeQuando

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