Non uscirete di qui prima che v’abbia messo davanti uno specchio in cui vi vedrete fino in fondo all’anima.” Amleto, W.Shakespeare

Sembra essere convinzione condivisa che il riflesso, l’immagine capovolta che ci restituisce lo specchio, non sia esattamente la riproduzione oggettiva della realtà e che dentro l’argento lucidato si possano costruire possibilità diverse dal reale.
Magia o immaginazione?
Lo specchio riflette davvero la nostra immagine?
Mi piacerebbe ripercorrere i luoghi comuni sullo specchio dalle superstizioni alle favole per arrivare a capire se lo stiamo simbolizzando come un oggetto amico o nemico.
“Rompere uno specchio porta 7 anni di sfortuna”, alla casa in cui è appeso, ai padroni che la abitano, agli affari.
Lo specchio viene spesso proposto come un oggetto magico, alchemico, che apre a universi capovolti, realtà a testa in giù, stravolte nelle sue leggi e regole. Magico perché in grado di duplicare le forme, di sdoppiare. L’altra parte, all’incontrario, dietro o dentro lo specchio, attraverso lo specchio, come ci mostra la Alice di Carroll o il Dylan Dog di Tiziano Sclavi, nell’altra parte succedono cose e si formano contenuti diversi da ciò che ci si aspetta.
Lo specchio si fa portale, restituisce contenuti talvolta spaventosi, prodotti delle nostre paure inconsce.
Ed ecco che la narrativa e la cinematografia utilizzano lo specchio per raccontare realtà nascoste che emergono, in quello specchiarsi che diviene dialogo tra la parte esteriore e quella interiore di sè.
“Specchio servo delle mie brame chi è la più bella del reame?”
Specchio che mi restituisci l’immagine dei contenuti dei miei desideri e delle mie paure, dammi la risposta che smanio e anche quelle che temo.
Così la matrigna di Biancaneve si mette davanti a sé stessa e si interroga sulle sue emozioni angoscianti.
La sua immagine non sembra le appartenga bensì sembra costringerla in una eterna contrapposizione tra il passato, di cui era protagonista e il futuro, che invece vedrà sovrana la figliastra.
Il riflesso di cosa cerchiamo nello specchio? Del passato che non ci corrisponde più o del presente?
Mi viene da pensare che più si è concentrati affinché la nostra immagine risponda ai canoni estetici di perfezione e bello e gradevolezza, più ciò che vediamo nello specchio sia imperfetto e logorato. Ambire ad accostarsi alla idealizzazione edonistica di sè porta inevitabilmente a rimanere scontenti.
Lo specchio restituisce il nostro mondo interno, organizzatore emozionale del modo con cui ci guardiamo.
Ed ecco che gli occhi sono in definitiva lo specchio dell’anima. E se l’anima è nera o ha paura ecco che nello specchio appaiono smostramenti, demoni e distorsioni, riflessi di sé che spaventano.
Non riesco a non associare a Dorian Grey e a come Wilde gli impone lo stesso rito magico: constatare la deturpazione del proprio ritratto in base alla depravazione a cui è sottoposta la sua anima vivendo secondo il principio del piacere estetico.
Specchio come varco sulle nostre paure: della vecchiaia, della morte; specchio come momento indicatore del tempo che passa spietatamente o meno, questo siamo noi a deciderlo.
Narciso riflesse la sua immagine in uno specchio d’acqua immobile e vi rimase incastrato. Incastrato in quel momento, in quell’immagine di sé, in quel edonismo, in quel piacere: “Io, sono io! l’ho capito, l’immagine mia non m’inganna più! Per me stesso brucio d’amore, accendo e subisco la fiamma!Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare? Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente. Oh potessi staccarmi dal mio corpo!”(Metamorfosi, Ovidio). Le favole, la letteratura, l’epica e le leggende ci raccontano che chi si sofferma sulla propria immagine ne resta incantato, catturato, rapito: dentro lo specchio si ha a che fare con se stessi, con il proprio mondo interno, con la filigrana invischiante di fantasie che non permettono di posare lo sguardo sull’altro, sul fuori. guardarsi non ha a che fare con l’esteriorità, con una taglia, ma come vedi te stesso che è più forte della realtà perché guardarsi è guardare le proprie emozioni.
Portare la propria immagine sembra essere sempre più significato di portare nel mondo il proprio contenuto inconscio.
Guardarsi allo specchio apre un dialogo, propone un rapporto, facilita la possibilità di dirsi cose.

Carolina Host

Psicologa Clinica e Psicoterapeuta
ad orientamento Psicoanalitico

Posted by:ComeQuando appunti di psicoanalisi

ComeQuando è un progetto editoriale nato dall'incontro di tre colleghe psicoterapeute che desiderano portare la psicoanalisi fuori dallo studio, demitizzarla e avvicinarla ai contesti di vita. Renderla utile e non solo bella. #ComeQuando

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