“Mamma, cercare gli insetti è da maschio?
 No amore, è da entomologi.
Ah…allora voglio essere un’entomologa”.


Con educazione di genere si intende quel complesso processo di pratiche orientate a promuovere consapevolezza di genere e cultura della differenza, sia nei contesti formali (scuola, università), non formali (associazioni, famiglie, volontariato) e informali (mass media e social media). L’obiettivo è quello di  mettere in discussione gli stereotipi di genere, i miti inerenti i ruoli sociali associati al genere, le rappresentazioni ed il valore affettivo delle differenze. 
Inconsapevoli circa il genere sono anche, e soprattutto, i libri di testo della scuola elementare. Parliamo di stereotipi – secondo i quali, ad esempio, le donne sarebbero destinate a svolgere certe mansioni, come la cura dei figli, degli anziani e della casa, e gli uomini destinati al lavoro che produce reddito e alla carriera . Ce ne parla  Irene Biemmi, ricercatrice universitaria, che ha analizzato dieci manuali per le scuole primarie e ha condensato il suo lavoro nel libro Educazione sessista, stereotipi di genere nei libri delle elementari:
“Esiste un mondo popolato da valorosi cavalieri, dotti scienziati e padri severi ma anche da madri dolci e affettuose, casalinghe felici, streghe e principesse; in questo stesso mondo i bambini sono indipendenti, coraggiosi e dispettosi mentre le loro coetanee – bionde e carine – vestono di rosa, sono educate e servizievoli, a tratti pettegole e vanitose. Questo universo fantastico è quello con cui si interfacciano quotidianamente i bambini e le bambine che frequentano le elementari, quando leggono le storie raccolte nei loro libri di lettura. “ (tratto dalla presentazione del testo sul web)
E arrivano proprio da una classe di prima elementare le domande su “cosa sia da maschio e cosa da femmina” come se l’attribuzione di genere all’oggetto aiutasse il bambino ad accettare di desiderarlo, come se il genere entrasse prepotentemente ad organizzare chi sono e chi sei nel gioco simbolico tra pari, legittimando i desideri e deresponsabilizzando, potremmo dire erroneamente i bambini, ma forse è più correttamente la collettività, nell’educare i piccoli a trovare il loro modo di essere, di volere e di esprimerlo.  Genere e identità. E le sue sfumature e i suoi ossimori, che ironicamente trovano espressione così: femmina maschiaccio, maschio femminuccia.
Rosa e azzurro, gonna e pantaloni.
I bambini iniziano a scoprire quello che desiderano su un’impalcatura già solida di pregiudizi. Penso a Helen Hulick: siamo nel 1938, il 9 Novembre per l’esattezza. Helen Hulick viene convocata dal tribunale di L.A. come testimone di un furto con scasso. Lei, si presenta davanti alla Corte indossando un paio di pantaloni. Il giudice sospende l’udienza per indecenza. Quando viene convocata Helen Hulick si ripresenta in pantaloni. Il giudice le impedisce di testimoniare intimandole un abbigliamento consono, cioè più femminile. La mette in carcere per 5 giorni, venne difesa dall’avvocato William Katz che ottenne il suo immediato rilascio e portò il suo caso in  Corte d’ Appello dove Helen Hulick vinse e fece sancire il diritto di ogni donna a indossare i pantaloni anche in ambienti formali.
Molte donne delle generazioni precedenti hanno lottato perché potessimo essere libere, anche di indossare i pantaloni, di concentrarci su quello che avevamo da dire più che su quello che abbiamo da mostrare. è importante domandarsi perché  siamo ancora a spiegare che il rosa e il blu, i pantaloni e le gonne, la meccanica e la danza, non appartengono ad un genere specifico.
E ancora: “Mamma non voglio giocare alle sfilate, non mi diverto ma le femmine giocano alle sfilate! Cosa ti diverte? Giocare alla detective.” E ancora: “Mamma non mi piace giocare a calcio, ma se non gioco a calcio devo stare con le femmine”
Così prendiamo in mano un libro, ripartiamo dalle favole, proviamo a concentrarci sul fatto che non importa se indossando gonne o pantaloni, se sono maschio o femmina, quello che conta è vivere un’avventura, risolvere un problema, costruire una zattera, trovare un tesoro. E farlo tutti insieme a partire dalle proprie abilità e conoscenze.
Leggiamo bambini! La leggenda della spada estratta dall Elsa, dei draghi e delle tavole rotonde, leggiamo Alice Cascherina o quella che oltrepassava lo specchio, Piccolo Giallo e Piccolo Blu, il Pifferaio Magico, la Volpe e l’Uva.
Mi viene in mente la favola della mucca e della formica e come a volte la paura e la preoccupazione dell’essere legittimati ad esprimersi per come si è, occupi lo spazio dei sogni e dei desideri. La favola, la conoscete?


C’erano una volta in un prato una mucca e una formica
che stavano tutto il giorno a parlare dell’ortica.
La mucca diceva alla formica: “amica cara stai attenta non camminare sull’ ortica sennò ti pizzica!”
Rispondeva la formica premurosa alla mucca:” 
anche tu amica mia non mangiare l’ortica, è meglio se mangi la zucca!”
La mucca e la formica erano tanto tanto tanto amiche 
E stavano tutto il giorno sul prato a parlare delle ortiche.
Ma la verita bambini è che nel prato della mucca e la formica
Nessuno mai mai aveva visto una pianta di ortica”.
(V.Viola)

Carolina Host

Psicologa Clinica e Psicoterapeuta
ad orientamento Psicoanalitico

Posted by:ComeQuando appunti di psicoanalisi

ComeQuando è un progetto editoriale nato dall'incontro di tre colleghe psicoterapeute che desiderano portare la psicoanalisi fuori dallo studio, demitizzarla e avvicinarla ai contesti di vita. Renderla utile e non solo bella. #ComeQuando

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