“Era la sera del 9 marzo 2020. Mentre preparavo la cena in cucina, i miei figli gridano: mamma, mamma! Si ferma tutto. Sul tavolo una lista di cose da fare, io che non ho mai amato le liste della spesa, quel giorno ne avevo una. Da quel momento è stato come camminare sopra ad un filo cercando di tenere tutto dentro le mie mani”.
Inizia così la quarantena di una mamma, con una lista di cose da fare e la paura di cadere.
Il tempo della quarantena è stato un tempo di metafore, arrivate in soccorso alla fatica a destreggiarsi tra una videoconferenza con un capo e un gioco a nascondino, tra lezioni da seguire e scadenze da onorare. Funambole, equilibriste, guerriere, eroine: l’esperienza della quarantena sembra aver rafforzato l’uso dei miti con cui si narra la maternità. Un tentativo magico per sentirsi meno frammentate ogni qualvolta ci si sente chiamate a fare, fare e ancora fare.
La scorsa primavera abbiamo incontrato delle neo mamme invitandole a raccontare le trasformazioni più significative che sentivano di vivere a poca distanza dalla nascita dei loro figli.
Abbiamo poi avuto voglia di risentire quelle stesse mamme in questo periodo di quarantena.
Come oggi, anche allora, le mamme parlano di lavoro.
In quegli incontri le relazioni lavorative erano popolate di macchie e patacche che sembravano lasciare non solo un segno sui vestiti ma anche un segno visibile di ciò che si è.
Una mamma raccontava: “sono arrivata in ufficio e avevo una macchia!” e questo evento e il disagio provato rappresentavano ai suoi occhi l’ennesima prova del fatto che lì non ci fosse più posto per lei.
A fare problema per questa e altre donne era un rigurgito, se vogliamo l’idea stessa di poter sconfinare, di versare fuori ciò che invece forse sarebbe convenuto far rimanere dentro; era l’ambivalenza con cui si sentivano confrontate: tra il desiderio di rendere visibile una nuova identità, farle spazio, lasciarla esistere e quello di voler essere senza macchia, uguali a prima, pretendendo i rapporti con il contesto lavorativo fermi e immutabili.
Non molto distante da qui ci sembra l’esperienza delle mamme che abbiamo ascoltato in questo periodo di quarantena: mamme ritrovatesi a pregare affinché il figlio non strillasse durante una riunione o a sognare che riuscisse da solo a stare al passo con la scuola senza richiedere il suo intervento.


Sembra che queste donne siano funambole di confini: in un tempo in cui la separazione tra la dimensione pubblica del lavoro e la dimensione privata appare vacillare, la fantasia di rapporti senza macchia, in un certo senso senza contaminazioni, è messa fortemente sotto scacco.
Laddove si fa fatica a separare, inevitabilmente si teme di sconfinare, sentendo il rischio di mostrare parti imperfette di sé perdendo parti idealizzate.
La quarantena delle madri funambole è quindi anche la quarantena di chi sente, nella possibilità di mettere insieme, il rischio di perdere qualcosa, prima fra tutto, il rischio di perdere l’idea di starci in modo  perfetto e completo, senza macchia o sbavature.
Una mamma ci dice: “ho temuto che con i figli a casa si potessero inficiare i miei rapporti lavorativi ma allo stesso tempo lavorando a casa temevo di perdere delle occasioni per potermi occupare di loro”.
Un’altra aggiunge: “Mi sono sentita prima sacrificata, ho pensato di non partecipare alle riunioni di lavoro, poi mi sono sentita un po’ isterica prendendomela con mio figlio e cercando di richiamare all’ordine mio marito, ma non ha funzionato. Allora ho pensato forse che potevo chiedere, potevo raccontare, potevo contrattare, con mio figlio, mio marito, volendo anche con il cane. Solo lì ho cominciato ad inventarmi alternative, idee, modi creativi per avere il mio spazio senza pretenderlo o rinunciarci a priori sacrificandomi”.
Così come per le neomamme alle prese con le trasformazioni vissute nei propri rapporti di lavoro, allo stesso modo durante questa emergenza sanitaria, che ha rimescolato le carte, sparigliato certezze ed equilibri e accorciato le distanze tra dentro e fuori, ci sembra che una risorsa possibile per le mamme sia stata quella di rendere queste occasioni opportunità per occuparsi delle proprie relazioni, per ripensarle, mettendo in crisi l’ipotesi che per far convivere l’identità di madre e di lavoratrice l’unico modo sia renderle indipendenti l’una dall’altra.
Sembra quindi che per poter accedere a forme creative di mediazione con la realtà l’unica strada possibile sia starci in modo imperfetto.
“Costruire è poter rinunciare alla perfezione” canta Niccolò Fabi e in questo tempo sospeso ci sembra più che mai che chi ha provato a smettere di tenere a bada i desideri nel timore che si pestassero i piedi, sia riuscito finalmente in qualche modo a occuparsene.

Dott.ssa Valentina Terenzi
Psicologa Clinica, specialista in psicoterapia psicoanalitica

Si occupa di consulenza psicologica e interventi psicoterapeutici per adulti, coppie e famiglie. Membro di PostAdozione.it, lavora da anni con la disabilità anche attraverso interventi nelle scuole.
valentina.terenzi@gmail.com
FB: Isola di Arturo

Dott.ssa Giulia Sorrentino
Psicologa Clinica, specialista in psicoterapia psicoanalitica

Si occupa di interventi psicoterapeutici rivolti a persone e famiglie sul territorio di Roma. Si occupa di interventi di sviluppo in ambito di scuola e organizzazioni
giulisorrentino@libero.it
FB: Isola di Arturo

Posted by:ComeQuando appunti di psicoanalisi

ComeQuando è un progetto editoriale nato dall'incontro di tre colleghe psicoterapeute che desiderano portare la psicoanalisi fuori dallo studio, demitizzarla e avvicinarla ai contesti di vita. Renderla utile e non solo bella. #ComeQuando

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