Febbraio, mese freddo, mese corto, che sembra passare in un lampo, lasciandosi dietro qualche giornata di sole e un tappeto di briciole di carta: i coriandoli.
Sui marciapiedi, nei parchi, davanti alle scuole e nelle piazze si continuano a trovare per mesi, fino quasi all’estate questi trucioli colorati tondi o elicoidali che ci riportano alla mente bambini travestiti da pirati, principesse e maghi che corrono sotto una pioggia di carta colorata.
Il carnevale ogni anno propone, soprattutto ai più piccoli, il tema della maschera e la domanda dei grandi: da cosa ti vuoi mascherare?
Ricordo, durante il primo anno del mio incarico alla Scuola Materna come psicologa a supporto di una classe, nel periodo di carnevale, un bambino che piangeva in un angolo spaventato. Non amava le maschere, i trucchi, i travestimenti. Non riconosceva il gioco del “fare finta” perché ancora troppo piccolo o forse non riusciva a vederne il fascino, la libertà di essere per poco chi non si è o non si può essere: ne era solo spaventato e inorridito.
Non gli piaceva la maestra con le guance rosse e il naso da pagliaccio, non voleva il mantello da supereroe, non voleva essere goffo nella tuta, costosissima, di spiderman.
Quel bambino, appena è stato spogliato del travestimento, ha potuto godere della festa scolastica saltando e giocando. Quel giorno ho iniziato a pensare all’ ambivalenza emozionale che la maschera evoca: divertimento, senso di libertà ma anche paura, smarrimento, quella vertigine del poter essere tutto senza gli ancoraggi al processo di costruzione della nuova identità che si sta impersonificando. Le maschere possono  fare paura nel loro marcarsi così grottesco, nell’ irriverente proporre di fingere che quello che appare sul volto sia vero. 
Quel bambino mentre cercavo di capire come mai fosse tanto arrabbiato mi disse:” tu lo sai che la mamma e il papà di  Spiderman sono morti?” Iniziai a capire mentre lui, sgombro di quel pensiero, corse a giocare.
Se lui fosse stato Spiderman avrebbe dovuto fare i conti con quel lutto? Sembra troppo articolato e sofisticato come pensiero per un bambino della scuola materna, ma non lo è. È proprio intorno ai quattro anni che i bambini iniziano a mettere insieme le parti delle storie che ascoltano e a farci i conti. Peter Parker, alias Spiderman, vive con gli zii; Batman con il maggiordomo; le sorelle di Frozen da sole nel loro castello, solo per citare alcune delle maschere più richieste. Potrebbe essere utile far conoscere ai bambini la storia del personaggio da cui vogliono mascherarsi. Come ha fatto Peter Parker a diventare Spiderman? Quali privilegi scaturiscono dai superpoteri? Quali svantaggi? Perché l’identità dei supereroi deve rimanere segreta? La maschera attira le fantasie di autonomia del bambino che al contempo allontanano dal mondo familiare. Il bambino attraverso il travestimento attua un modo nuovo di immaginarsi.
A quale età i bambini iniziano a desiderare di fare finta di essere qualcun altro, stando dentro la maschera, senza la complessità che questa comporta o tenendone le ambivalenze emozionali? Il gioco simbolico compare verso i diciotto mesi e perdura, sofisticandosi, fino ai sei anni.
Soprattutto verso i tre anni i bambini iniziano ad impadronirsi del gioco del fare finta per sperimentarsi in ruoli che sentono attrarre la loro curiosità e attraverso cui possono sviluppare competenze e utilizzo di un linguaggio specifico di quella finzione (“all’arrembaggio, ti trasformo, abracadabra”).
Una mamma o una maestra si devono preoccupare qualora il bambino faccia fatica ad accettare di giocare a travestirsi?
Durante il carnevale ho avuto modo più volte di osservare bambini che si rifiutavano di travestirsi, pur divertendosi a fare finta di essere un ladro, un pirata o un moschettiere. Erano quindi perfettamente in grado di fare finta di essere altro da se stessi senza sentire il bisogno di aiutare l’immaginazione attraverso l’uso della maschera.
Forse, ci possiamo domandare se, talvolta, sono più i papà e le mamme che non vedono l’ora di rivivere attraverso il mascherarsi del figlio o della figlia quell aspetto della loro infanzia divertente e divergente in cui si concedevano di distogliersi da se stessi.Sono gli adulti che simbolizzano la maschera quale luogo immaginifico in cui interpretare parti di se stessi trascurate o dimenticate nella fretta del quotidiano. Quando si è piccoli la maschera non è un rimpianto, una escape room della durata di una festa, come per gli adulti può esserlo, ma una delle infinite possibilità del “ quando sarò grande “.

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Carolina Host

Psicologa clinica e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico.

Posted by:ComeQuando appunti di psicoanalisi

ComeQuando è un progetto editoriale nato dall'incontro di tre colleghe psicoterapeute che desiderano portare la psicoanalisi fuori dallo studio, demitizzarla e avvicinarla ai contesti di vita. Renderla utile e non solo bella. #ComeQuando

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